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Anno: 2010
 
    HAMAS: LA TERAPIA INTENSIVA AMERICANA NON PUO' FAR RISUSCITARE NE' FATAH, NE' l'OLP
 

Doha, marzo - La Resistenza islamica palestinese (Hamas e Jihad) appare rinfrancata dal fatto di far parte ormai di un’alleanza pronta a opporsi a Israele su più fronti in caso di un nuovo conflitto armato lanciato da Tel Aviv. Dell’alleanza fanno parte Iran, Siria e Resistenza libanese (Hezbollah), ufficializzata con il vertice di Damasco dello scorso mese di febbraio, nonché la Resistenza islamica palestinese e l’amministrazione della striscia di Gaza.

“Prima, gli israeliani lanciavano la guerra e poi riflettevano sul da farsi”, ci spiega il nostro interlocutore, dirigente di Hamas, “ora, invece, sembra che preferiscano riflettere prima di buttarsi in una nuova avventura, adesso contro l’Iran. Certamente potrebbero cercare di spingere gli americani in prima linea, costringendoli ad agire, e loro operare alle spalle degli Stati Uniti, però nessuno dei due sembra pronto ad attaccare, perché non sanno con esattezza cosa succederà il giorno dopo il loro gesto insano. Non hanno informazioni né militari, né politiche, né geografiche sulle forze che sarebbero chiamati ad affrontare”.

Stiamo parlando dell’ipotesi di un’aggressione israelo-americana ai danni della Repubblica islamica. Ora, è piuttosto evidente che nel caso ciò avvenisse, il conflitto potrebbe trasformarsi molto rapidamente in una guerra tra Alleanze. Non è un caso che il capo della diplomazia siriana Walid al Mouallem abbia affermato che un’eventuale operazione militare israeliana ai danni del Libano sarebbe come un attacco al territorio siriano e viceversa. E’questa la chiave di lettura del vertice di Damasco di febbraio.

Hamas è perfettamente consapevole del fatto che in casa palestinese gli Stati Uniti hanno un alleato: l’Anp. La riconciliazione nazionale palestinese è nelle mani degli Usa: l’irrilevante Abu Mazen o il movimento al Fatah, dalle mille anime, diviso più che mai, non possono decidere autonomamente. “Senza l’approvazione dell’amministrazione americana il processo di riconciliazione è destinato a rimanere bloccato. Nessuno può far nulla senza di loro. Hanno minacciato l’Autorità nazionale palestinese, dicendo se vi riconciliate con Hamas, formando un governo unitario, vi considereremo alla stregua di Hamas”, ci spiega il nostro interlocutore del movimento di resistenza islamico palestinese.

“Il loro sforzo è quello di iniettare sangue nei corpi morti di al Fatah e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ma la terapia intensiva non può far risuscitare dei cadaveri. Noi abbiamo cercato di far comprendere che stanno perdendo tempo, che stanno buttando via del denaro, che noi siamo l’indirizzo a cui rivolgersi per trovare una soluzione, ma loro s’illudono di potercela fare o, in alternativa, di poterci trasformare in una copia di al Fatah”, osserva il dirigente di Hamas. “A tutti questi tentativi abbiamo sempre risposto: se volete un altro Fatah, allora tenetevi l’originale. Insistono a chiederci di buttare al vento i nostri principi per accettarci, e non si rendono conto che prima che Hamas si spogli dei suoi principi, loro dovranno stare completamente nudi al nostro cospetto”.

Le richieste irrinunciabili di Hamas sono lo smantellamento del Muro di separazione in Cisgiordania, la restituzione di Gerusalemme Est, la cessazione della colonizzazione ebraica illegale nei Territori occupati e la chiusura delle colonie illegali nei Territori palestinesi, la fine della pratica degli assassini di palestinesi da parte israeliana: “Non abbiamo fretta, non siamo stanchi. Oggi ci accontentiamo della restituzione integrale dei Territori palestinesi occupati nel 1967. Questo è il minimo. Se non sono disponibili, riprenderemo il cento per cento della Palestina: è solo una questione di tempo”.

Si sa che Hamas, ufficialmente ignorata dalla diplomazia internazionale, in realtà è costantemente in contatto con diversi Paesi occidentali: “Abbiamo canali diretti e indiretti con i Paesi europei. Non dico con tutti, ma con la maggioranza di essi. Poi, c’è la Russia (poche settimane fa è stato a Mosca per colloqui ufficiali anche il capo dell’Ufficio politico di Hamas Khaled Meshal). Sono abili i russi. Cercano di apparire diversi dagli occidentali, ma non sono disponibili a pagarne il prezzo. Tuttavia si tratta di un interscambio molto importante per noi. Con la Turchia c’è stato un promettente inizio. E’ evidente che nessuno può sostenervi apertamente, facendo parte di una sistema di alleanze, se vi opponete agli Stati Uniti e a Israele. La Cina è una realtà lontana dal Medio Oriente, ma qualcosa si muove sicuramente anche in quella direzione”.

L’esponente di Hamas Mahmoud al Mabhouh, assassinato il 20 gennaio scorso in una stanza d’albergo a Dubai da una squadra di killer del Mossad, aveva un incarico particolarmente delicato nell’organizzazione: doveva provvedere al rifornimento di armi dall’estero per le forze di sicurezza operanti nella striscia di Gaza. Ne organizzava l’acquisto e le modalità di trasporto, ci ricorda il nostro interlocutore. La sua era un’attività piena di rischi. L’anno scorso, in un precedente tentativo di assassinio, fu avvelenato e perse conoscenza per 36 ore, durante una missione in un Paese non arabo. Al Mabhouh doveva compiere i cinquant’anni pochi giorni dopo che è stato ucciso. 

Foto: Reuters

 
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